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La prima impressione: lo stereotipo con esso si trascurano le caratteristiche individuali delle pers


Una delle abilità di base che possediamo è quella di categorizzare oggetti, eventi o persone in raggruppamenti simili e differenziare tra raggruppamenti diversi.

La funzione centrale della categorizzazione è trarre conoscenze sulle cose o persone identificate come elementi di una particolare categoria. Avendo categorizzato, per esempio, una persona come cattolica o musulmana, possiamo poi collegare tutto ciò che abbiamo appreso sui cattolici o sui musulmani alla persona appartenente a questa categoria.

La categorizzazione struttura il nostro ambiente sociale e non sociale e da significato alle cose perché collega le conoscenze basate sulla categoria alle percezioni reali. In altre parole ci semplifichiamo la vita.

Un rapido sguardo intorno a noi, alla realtà che ci circonda e alle relazioni in cui ci troviamo quotidianamente coinvolti, ci mostra un mondo ricchissimo di sfumature e differenze: come si orienta, quindi, l’individuo in tanta complessità?

La prima risposta, quella più intuitiva, spesso è anche quella più giusta, cioè: attraverso la semplificazione di ciò che lo circonda e che deve capire per conoscere e fare proprio.

Questa semplificazione avviene attraverso dei processi cognitivi che affondano le proprie radici nelle meccaniche di formazione e di utilizzo degli stereotipi.

Lo stereotipo, infatti, si configura come una rappresentazione semplificata di realtà riguardante certe categorie di individui o certi tipi di situazioni, e ne evidenzia le caratteristiche peculiari e distintive al fine di renderle identificabili e, successivamente, interpretabili (Villani 2005).

Possiamo dire che lo stereotipo è la credenza condivisa sui tratti di personalità e sui comportamenti dei membri di un gruppo. Il loro utilizzo permette un’immediata lettura dell’ambiente all’interno del quale gravitano i soggetti, e serve loro come guida nell’impostazione dei loro rapporti attraverso la creazione di precise categorizzazioni.

Gli individui, infatti, inseriscono in queste griglie cognitive semplificate temi e soggetti, riuscendo così, sia ad orientarsi nelle varie situazioni, sia a facilitare l’indirizzo delle proprie relazioni.

Spesso la rappresentazione stereotipata è arricchita di aspetti valutativi e affettivi, ad esempio: positivo-negativo o bene-male, che segnalano alla persona che ne fa uso, quali siano gli aspetti rilevanti o irrilevanti, o quelli favorevoli o sfavorevoli, delle cose.

La natura di criteri di semplificazione della realtà, tipica degli stereotipi porta spesso, nel senso comune, ad assimilarli, se non addirittura ad usarli come loro sinonimo, al pregiudizio. Questo perché, a prima vista, una rappresentazione semplificata rischia di apparire superficiale e di costituire, quindi, fertile terreno per lo sviluppo di atteggiamenti di diffidenza fondati sul pregiudizio.

In realtà, stereotipo e pregiudizio, pur non costituendo assolutamente lo stesso concetto, sono molto intimamente legati tra loro: si può dire, infatti, che il primo costituisca il presupposto cognitivo del secondo.

Lo stereotipo viene interpretato, da alcuni ricercatori, come un fenomeno normale e connaturato all’attività cognitiva degli individui e che risente, nella sua costruzione e nelle forme di identificazione che propone, sia del loro contesto socio-culturale d’appartenenza, sia dei rapporti che si vengono a instaurare tra i vari gruppi (Villani 2005).

Il taglio di questa prospettiva si presenta, più sociologico, in quanto tiene conto di tutta una serie di variabili di tipo intersoggettivo e contestuale, così, lo stereotipo, nella sua considerazione, risulta un fenomeno a rappresentazione flessibile e relativa della realtà.

I fenomeni di rappresentazione stereotipata delle categorie sociali, delle situazioni o delle relazioni intersoggettive, appaiono variabili nel tempo, a seconda dei codici normativo-culturali di riferimento, ma anche del gruppo d’appartenenza e della natura delle interazioni che si vanno a creare tra gli individui, evidenziando la natura più marcatamente sociale di questo tipo di approccio.

L’identità di un individuo, infatti, si struttura in due componenti diverse: quella strettamente soggettiva, relativa alla propria essenza peculiare fatta di esperienze personali e caratteri distintivi della propria specificità, e quella sociale, discendente, invece, dalle appartenenze sociali particolari del singolo (“sono uno studente”, “sono un lavoratore” e altro).

L’identità sociale permette all’individuo di derivare la propria immagine di sé anche attraverso la consapevolezza di appartenere ad un certo gruppo o ad una certa categoria sociale, che ne definiscono alcuni dei tratti caratteristici.

Gli stereotipi assomigliano molto dunque a degli schemi mentali e quando per valutare o prevedere il comportamento di una persona ricorriamo ad essi, noi non facciamo altro che utilizzare come scorciatoia mentale l’ipotesi che chi rientra in una determinata categoria avrà probabilmente le caratteristiche proprie di quella categoria.

Riferimenti Bibliografici

Knight S., (2014), PNL al lavoro. Manuale completo di tecniche per la tua crescita professionale e personale. Unicomunicazione srl Milano.

Miles H., S. Wolfgang, J. Klaus, A. Voci, a cura di (2008), Introduzione alla psicologia sociale. Il Mulino spa, Bologna.

Villano P., (2005), Minori due volte: i figli dell’immigrazione, in: Minori, disagio e aiuto psicosociale, Il Mulino, Bologna.

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